Scritto da
Azzurra Falai
Dietista
Iscritta all’Albo dei dietisti, n. 74
P.IVA 06950330487
Svolgo la libera professione dal 2020 sia online che in vari ambulatori, dove mi occupo di alimentazione e nutrizione attraverso un approccio principalmente educativo, volto a favorire l’acquisizione di conoscenze e abilità che permettano alla persona di svilu…
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Non si tratta di dieta sì o dieta no, è importante comprendere quale significato attribuiamo alla dieta.
Il termine “dieta” deriva dal greco antico δíαιτα (díaita), che significa stile di vita, regime di vita o abitudine quotidiana. Nell’accezione odierna la “dieta” è comunemente intesa come il piano nutrizionale in forma di elenco di alimenti con relative grammature, ma l’aspetto deleterio di questa associazione di significato è il fatto che la dieta venga spesso considerata come un fine e non come uno strumento.
In che senso? Spesso il problema principale riferito dai pazienti è di “non aver seguito alla lettera la dieta”, di “aver sgarrato”, di “non essere bravo/a a seguire la dieta”, di “aspettare lunedì per iniziare la dieta”, e così quel foglio con alimenti e grammature tende a diventare l’obiettivo del percorso nutrizionale invece che un mezzo di supporto.
Questo atteggiamento tende a porre la persona stessa in una condizione di passività in cui riceve e attua le indicazioni date del/della dietista prescrivente, ed è sostenuto da una cultura di diete rigide e di privazione di molti alimenti comuni che esiste da diversi decenni, nella quale la restrizione dietetica e cognitiva, la rigidità alimentare e psicologica rappresentano fattori principali che contribuiscono a peggiorare il rapporto con il cibo ed il corpo e non lavorano sull’ascolto dei segnali corporei, sull’autonomia del paziente e sulla libertà di scelta, a parità di indicazioni dietetiche personalizzate in base allo stato di salute.
L’educazione terapeutica strutturata rappresenta il fulcro dell’intervento nutrizionale, supera il modello prescrittivo (“io prescrivo, tu esegui”) a favore di un modello collaborativo, flessibile e orientato alla responsabilizzazione e autodeterminazione della persona. Il professionista agisce come facilitatore del cambiamento, il paziente rimane sempre al centro del percorso nutrizionale come protagonista attivo di tale cambiamento. Questo approccio è fondamentale soprattutto nella gestione delle malattie croniche (come diabete, obesità, ipertensione e insufficienza renale), dove la compliance (aderenza del paziente al trattamento) a lungo termine è essenziale per il miglioramento dei parametri biochimici e antropometrici.
Gli obiettivi nutrizionali (a breve e medio-lungo termine) vengono concordati e non imposti: solo un percorso condiviso e sostenibile nel tempo può trasformarsi in uno stile di vita più compatibile con un miglior stato nutrizionale e di salute.
La relazione con il/la dietista prevede un ascolto attivo ed empatico, il percorso è personalizzato e rispetta le preferenze culturali, le esigenze socio-economiche, i gusti e il vissuto emotivo del paziente, evitando modelli standardizzati; inoltre si forniscono alla persona le conoscenze tecniche necessarie per comprendere la propria condizione e l’impatto dei nutrienti sul corpo e sullo stato di salute, con l’obiettivo di renderla autonoma e consapevole nelle scelte alimentari quotidiane (ad esempio, la gestione dei pasti fuori casa, la lettura critica delle etichette o la modifica di una porzione in base a fame/sazietà…).
Infine, in ottica di fornire un trattamento integrato per il benessere del paziente, quando necessario il/la dietista collabora anche con medici (di medicina generale, endocrinologo, psichiatra, ginecologo, cardiologo, medico sportivo..), oppure con psicologo o logopedista o personal trainer.
